la Coco Chanel da Varganbas.

La quiete dominava incontrastata sulla frazione; solo il suono delle campane o dell'orologio quando scandiva l'ora si imponeva sul silenzio che dalla campagna aleggiava tutto attorno.
Qualche muggito o canto dal pollaio si infrangeva contro i muri delle case che delimitavano i cortili  dove la gente attendeva alle proprie faccende domestiche; ogni tanto però arrivavano grida come

  Ohè! Al cadrigàaaat! -  Pèli e strasci dòni! oppure Aghè al magnoooc! cioè era arrivato l'impagliatore di sedie, chi raccoglieva pelli di coniglio oppure lo stagnino per le pentole bucate dal fuoco a legna e poi altre ancora come per esempio: “L'è chi al mulitta( l'arrotino)   Spazzacamin dòni  oppure  Aghè al murnèee! per la consegna del frumento o granoturco da trasformarsi in polenta o farina che avrebbe riportato la settimana successiva.
Voci di gente che reclamizzava il proprio mestiere, tutti oramai scomparsi, inghiottiti dal benessere: se questo è il benessere quella era la civiltà.

Ma in Santo Stefano c'erano altri mestieri meno “gridati” ma praticati  allora da diversi artigiani ai quali quasi tutte le famiglie vi facevano ricorso e che ora sono  praticamente scomparsi: uno era  il  laboratorio del sarto. Una attività che 50-60 anni fa contava circa 60 sartorie in Borgomanero e frazioni, alcune specializzate in abiti maschili altre solo femminili: solo in Santo Stefano se ne conteggiavano circa una decina.

Tra queste persone noi oggi vogliamo qui parlare di una in particolare, la signora Clara Fornara, classe 1910 coniugata prima Savoini e poi Zaninetti a tutti nota come “la Clarik”, con atelier, pardon “bottega”,  nel caseggiato sotto la collina del Colombaro , zona nota come “ il Cör”.

Una bella signora, affabile, energica, sorridente e loquace: non poteva essere altrimenti sia perché anche allora i clienti bisognava coccolarli sia perché in quelle due stanze vecchie poste una sopra l'altra col pavimento in legno lavoravano, o meglio imparavano il mestiere, dalle 10 alle 20  ( durante il periodo delle vacanze ) ragazzette di tutto il paese e dintorni che si raccontavano tutto quello che accadeva dentro e fuori Santo Stefano.

L'apprendistato era molto lungo e faticoso:  Si lavorava dalle 8 del mattino con pausa pranzo e cena  e poi via fino alla mezzanotte  racconta
Bruno Zanetta, uno dei due apprendisti maschietti che ha trascorso 12 anni ad imparare il mestiere prima di aprire bottega per conto proprio.
A quell'ora accompagnavo a casa le signorine e non di rado mi capitava di imbattermi nella guardia notturna che oramai mi riconosceva.

Tanta gioventù impegnata sia perché desiderosa di imparare a cucire sia perché erano tanti i clienti che si rivolgevano alla “Clarik” per farsi l'abito ma non come intendiamo oggi: allora si facevano fare le tute per il lavoro, i pantaloni di fustagno  si reggevano in piedi da soli talmente spessa era la stoffa  ci dice Giorgio Carbonati , l'altro apprendista maschietto che ne ha poi proseguito l'attività; erano grembiuli per il falegname, si rigiravano gli abiti dei padri per adattarli ai figli e finalmente qualche “müda” (vestito nuovo ) da usare nelle grandi occasioni quali matrimoni , cresime o comunioni.

Mediamente occorrevano 40/50 ore per fare un vestito completo e quello che a noi sembra la parte più difficile, cioè il taglio della stoffa in realtà essa non è paragonabile alla cura ed al tempo impiegato nella cucitura  delle pezze che nel loro assemblaggio richiedono centinaia e centinaia di punti per allestire un bel vestito.
“Ma sei qui per imparare il mestiere o per aggiustare le tue cose?” Ma tei mia zöp o ghöb!” con queste parole venne accolto il signor Bruno quando a 12 anni si presentò per il primo giorno lavorativo. Eh sì! perché era un mestiere praticato in prevalenza dalle donne e i pochi maschi avevano generalmente una costituzione gracile o qualche difetto fisico che impediva, secondo la loro famiglia, di contribuire validamente nei lavori campestri.

Dal suo “atelier” passavano  clienti  di tutte le categorie : dal  prevalere iniziale dei muratori e contadini si passa poi verso gli anni '50 ai negozianti, commercianti e rappresentanti: “ ricordo che una volta dovemmo preparare un abito  nuovo in giornata per un cliente che l'indomani l'aveva bisogno. Siamo rimasti a lavorare tutti fin dopo la mezzanotte ma al mattino seguente l'abito era pronto” dice ancora Carbonati.
Bisogna ricordarla anche per quei vestiti da “paggetto” che si indossavano da ragazzini in occasioni delle solenni processioni religiose.

La stoffa veniva acquistata direttamente dalla signora “Clarik” che, per niente timorosa,  si recava fino a Biella in bicicletta  e tornava alla sera con il pacco delle pezze legato al portapacchi: “ Era stoffa bella, di qualità, bella da lavorare” ricorda con nostalgia Giorgio” stirare quell'abito finito era una gran soddisfazione!”. 

Alla domanda:  Ma voi consigliereste ancora ai giovani d'oggi di imparare questo mestiere? entrambi hanno una sola risposta: Si! purché abbiano la passione. La clientela anche oggi non mancherebbe, è vero che non c'è più la fila dal sarto per farsi fare il vestito ma ci sono ancora persone che o per ambizione o per costituzione fisica preferiscono farsi fare l'abito su misura. Certo ci vuole  passione, costanza e sacrificio per imparare questo mestiere, non bisogna avere fretta di dirsi “arrivato!” perché i segreti sono molti.

E nemmeno bisogna presentarsi a suonare il campanello e come prima domanda:  Ma quanto mi da? perché si partirebbe subito col piede sbagliato mettendo in evidenza l'aspetto economico e non la voglia di imparare.

Le soddisfazioni economiche e professionali arriveranno per quelli che avranno  saputo assorbire l'esperienza ultra cinquantennale di questi  maestri e l'avranno adattata alle nuove tendenze. Bisogna sapersi ricavare delle nicchie di eccellenza come hanno fatto alcuni artigiani  locali, per esempio, nel campo della ristorazione.  Perciò ai nostri giovani in cerca di lavoro diciamo: Coraggio, non lasciate inesplorata questa strada  che si presenta di non facile percorrenza ma alla fine potrebbe regalare tante soddisfazioni

La signora Clara quando si ritirò dal lavoro  si trasferì a Roma presso il figlio Carlo, funzionario del nostro ministero degli esteri distaccato presso la CEE a Bruxelles e proprietario di una bella casetta circondata da ampio giardino. Sul fondo della cinta si apriva un cancelletto che consentiva il passaggio nel terreno confinate  dove sorgeva la villa di proprietà dell'attrice Silvana Mangano che divenne sua amica, confidente ed alla fine anche cliente: vien quasi da dire..... il giusto premio per una vita spesa al servizio di un ideale, la moda

 

Pier Luigi Fornara - Gregorio Fornara